E' una storia antica e in parte mitologica, quella del cioccolato.

Una storia iniziata millenni fa in un altro continente, in una terra gravida di doni e remota, abitata da uno dei popoli più ingegnosi e misteriosi della Terra: i Maya.
Furono loro i primi a intuire la bellezza e la potenza del frutto di quella pianta sempreverde, con foglie lucenti, piccoli fiori e frutti simili a zucche oblunghe: la pianta del cacao ("Theobroma cacao", questo il nome scientifico con cui Linneo classificò la pianta: dal greco, "cibo degli dei"). Furono i primi a coltivarla, intorno al 1000 avanti Cristo, nelle terre tra lo Yucatàn, il Chiapas e la costa pacifica del Guatemala, e ne fecero un bene prezioso: i suoi semi erano una moneta e anche una unità di calcolo (nel tesoro di Montezuma ce n'erano quasi un miliardo).

Il cioccolato va assaporato con tutti e cinque i sensi: è un’ “esperienza totale”.
Per questo si consiglia di non refrigerarlo, dal momento che la refrigerazione potrebbe alterarne le preziose caratteristiche organolettiche, e di degustarlo accompagnandolo unicamente con acqua minerale, meglio se lievemente frizzante, al solo scopo di pulire la bocca e prepararla ai mille sapori del cioccolato.

La Signora del Cioccolato è piccola, avvolta in se stessa in un modo che pochi possono sospettare.

E’ composta di sottilissime sfoglie di cioccolati amari e dolci, tutti accumulati negli anni. Chi non la conosce potrebbe pensare che attinga fuori di sé la sua capacità di confezionare i dolci che escono dal piccolissimo laboratorio in una strada parallela al lungomare, spalle allo Stretto, di fianco alla Villa Comunale da cui svettano gli eucalipti e le altre piante prigioniere. Possono pensare che le praline ripiene di mandorle, di castagne, di nocciole, di polpa di mandarino, le scorzette di limone e arancia coperte di fondente, le uova cosparse d’oro o intarsiate siano esclusivamente frutto d’ingegno artigiano, dita felici e gusto.
E invece no.