Anna Mallamo / primavera 2005

La Signora del Cioccolato è piccola, avvolta in se stessa in un modo che pochi possono sospettare.

E’ composta di sottilissime sfoglie di cioccolati amari e dolci, tutti accumulati negli anni. Chi non la conosce potrebbe pensare che attinga fuori di sé la sua capacità di confezionare i dolci che escono dal piccolissimo laboratorio in una strada parallela al lungomare, spalle allo Stretto, di fianco alla Villa Comunale da cui svettano gli eucalipti e le altre piante prigioniere. Possono pensare che le praline ripiene di mandorle, di castagne, di nocciole, di polpa di mandarino, le scorzette di limone e arancia coperte di fondente, le uova cosparse d’oro o intarsiate siano esclusivamente frutto d’ingegno artigiano, dita felici e gusto.
E invece no.


Io so con certezza che la Signora del Cioccolato ogni volta racconta qualcosa, qualcosa che le appartiene intimamente. Io so che quando scioglie il cioccolato nella ciotola di rame lei sussurra qualche cosa, ed è un bisbiglio distinto che si trasmette alle molecole di teobromina, alle fibre della bacca frantumate, alla pasta di burro.
Io so che lei racconta di anni imprecisati, di persone scomparse, di dolori sciolti a fuoco lento nella ciotola di rame stagnato del suo cuore accogliente. Io so che nel suo fondente ci sono gocce di passato aromatizzato allo zenzero, al peperoncino, alla rosa canina. Io so che quando farcisce le mezzelune c’è dentro un pergolato di limoni d’una casa al mare, dalla parte ionica – quella lunga e sabbiosa che dispone alle dimenticanze – e quando compone, una per una, le collezioni di praline nelle scatole di cartoncino marrone fatte venire dalla svizzera in realtà sta allineando le piastrelle di maiolica d’una casa in montagna, un viale di foglie rosse, un numero imprecisato di partenze e ritorni. Io so che, a volte, ci sono anche gli scogli della parte tirrenica – quella drammatica e violetta tormentata dalla roccia e dalla memoria.
Mi pare di riconoscere, in quel modo esatto eppure appassionato di manipolare il cioccolato, di sposarlo, dividerlo, moltiplicarlo, dirigerlo, infonderlo, trattenerlo, lo spirito più antico della Signora, la sua capacità di tollerare il dolore e trasformarlo in bellezza.
Riconosco il suo distinto amore per la geometria, per la giustizia, nei grembiali bianchi delle lavoranti, nella disposizione esatta delle scorzette sui teli, negli spigoli vivi delle scatole, nella cadenza ortogonale dei fiocchi di stoffa rigida che avvolgono le confezioni. Riconosco la sua felice anarchia negli spruzzi d’oro delle uova di Klimt della collezione di quest’anno (sono allineati sulle mensole, belli da non poterli mangiare, o da mangiarli due volte, ché gli occhi non sono mai sazi e poi lo sappiamo che il cioccolato è un cibo che nutre direttamente l’anima). Klimt ha deposto uova nel suo laboratorio, e anche Chagall, e Mirò. Forse pure Dalì le ha suggerito un uovo di tigre, di leone marino, di vascello.
Cioccolato che stanno dentro le uova di Nelle sorprese di cioccolato, avvolte in gusci di cioccolato che stanno dentro capsule di cioccolato, riconosco l’ironia della Signora del Cioccolato, la sua arguzia segreta, il suo convincimento che niente sia come appare ma che ci siano molte apparenze l’una dentro l’altra e la verità non sia che la loro somma eccedente o difettosa. Nel gioco di pieni e vuoti, oro e nero, agro e dolce, frutta e fiore riconosco le ambivalenze che respiriamo in questa terra di confine, profumata di zagara e bitume, addolcita di limoni, sale, aceto, resa aspra dal miele, dalle acacie.

Reggio ieri sapeva di lontananze e gelsomino, mescolava i richiami tropicali della primavera ai brividi della stagione vecchia (che non era l’inverno, però), portava in giro i pollini per le strade ventose, prometteva il mare da tutti gli angoli, faceva sbocciare fiori spontanei attorno ai guard-rail, lungo i muri, nelle immaginazioni. La Signora del Cioccolato, nel suo laboratorio segreto, scavava tra le primavere trascorse e presenti e future, sognando di tradurle in cioccolatini, barrette, pastine, ovetti e gusci.
Ieri sono stata nella mia città di prima, in questo gioco di andirivieni che è stare tra le sponde (ma forse è la vita intera, un gioco di andirivieni). La primavera batte furiosa, e cercavo di sfuggire al suo imperio, ma nella bottega della Signora del Cioccolato non c’era un rifugio invernale: anche il suo cioccolato fioriva e s’arrampicava per le dorsali dei monti, tra gelsomini e campanule, persuadendoci che tutto voglia ricominciare, anche noi. La Signora del Cioccolato è stata una grande amica dei miei genitori, in un passato imprecisato in cui – insegnante d’inglese, moglie e mamma – covava la sua arte, la raffinava a fuoco lento senza nemmeno saperlo. Stava preparando il cioccolato a venire, la sostanza duttile, fluida, infinitamente comprensiva capace di accogliere ogni cosa nel suo abbraccio scuro, consolatorio, pieno di promesse vicine, vicinissime, già qui.