Storia del cioccolato

E' una storia antica e in parte mitologica, quella del cioccolato.

Una storia iniziata millenni fa in un altro continente, in una terra gravida di doni e remota, abitata da uno dei popoli più ingegnosi e misteriosi della Terra: i Maya.
Furono loro i primi a intuire la bellezza e la potenza del frutto di quella pianta sempreverde, con foglie lucenti, piccoli fiori e frutti simili a zucche oblunghe: la pianta del cacao ("Theobroma cacao", questo il nome scientifico con cui Linneo classificò la pianta: dal greco, "cibo degli dei"). Furono i primi a coltivarla, intorno al 1000 avanti Cristo, nelle terre tra lo Yucatàn, il Chiapas e la costa pacifica del Guatemala, e ne fecero un bene prezioso: i suoi semi erano una moneta e anche una unità di calcolo (nel tesoro di Montezuma ce n'erano quasi un miliardo).

Il cacao veniva usato per farne una bevanda rituale e magica, chiamata "xocoatl", talora offerta alle divinità, aromatizzata con vaniglia, peperoncino e pepe, addensata con farina, addolcita con il miele, sempre coperta da uno spesso strado di schiuma, considerata la parte più ghiotta.

Il xocoatl rendeva più resistenti alla fatica e sgomberava l' animo dagli affanni, e la sua origine divina era raccontata dalle leggende, recitata nelle liturgie.

Quando ai Maya succedettero gli Aztechi non cambiò nulla: il cacao restò un dono divino, degno dei tesori regali, e il xocoatl una bevanda miracolosa che consolava gli uomini.

E nemmeno i conquistadores poterono distruggere il potere magico di quella sostanza: distrussero i regni e le civiltà, annientarono gli uomini e umiliarono i re, ma furono loro ad essere conquistati. Dal cacao.

Hernàn Cortes fu il primo a conoscere gli Aztechi, che l' accolsero per giunta come il loro redivivo re Quetzalcoàtl, che secondo la profezia sarebbe tornato su navi lucenti con molti armati proprio in quel tempo - era il 1519 - e al quale vennero donati oro, gioielli e... semi di cacao.
Presto, anche per gli spagnoli e i loro coloni il cacao divenne un'abitudine irrinunciabile.
Era preparato ancora alla maniera degli indigeni: i semi venivano essiccati e poi triturati su una pietra inclinata e riscaldata, la metate. Con la polvere si preparava la magica bevanda, che però agli europei piaceva di più dolce, con zucchero, cannella e vaniglia.

Nella seconda metà del '500 il cioccolato sbarcò in Europa e la conquistò. Nutriente, digestiva, afrodisiaca, stimolante, era la ghiottoneria delle corti e dei nobili, e mentre gli oceani erano solcati dalle navi cariche dei preziosi semi, lungo le "rotte del cacao" presto ci furono schiere di mastri cioccolatieri, sempre più esperti nell'arte di preparare e insaporire il prezioso cacao, anzi, il "xocoatl", il "cioccolato".
Estraendone sempre con maggiore efficienza la polvere preziosa, poi inventando una delle meraviglie della modernità: il cioccolatino.
Fu un italiano, un torinese (Torino era una delle capitali europee del cioccolato), Doret, a pensarlo e poi a realizzarlo, alla fine del '700.

E da lì in poi fu tutto un fiorire di idee e invenzioni: il "processo olandese" per trattare il cacao rimuovendone il gusto amaro; la pasta gianduja, creata nel 1852 a Torino miscelando al cacao le nocciole tostate e tritate; il benemerito "cioccolato al latte"; il "concaggio" inventato da Rudolph Lindt per mantenere a lungo rimescolato il cioccolato fuso, e miscelarlo al meglio; il "fondente".

Da quella bevanda aspra e sorprendente offerta agli dei sotto il cielo australe alle tavolette luccicanti nascoste dalla stagnola sono passati ere e mondi.
Il cioccolato, però, lui resta magico, come allora.
Un vero "cibo degli dei".